Acqua e microplastiche, occorrono più studi

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Le microplastiche e la nanoplastiche possono essere una minaccia alla sicurezza alimentare dei consumatori? Al momento è difficile dirlo con sicurezza, ma il tema è di quelli caldi.

Se ne è occupata anche l’Efsa, che ha fornito una definizione ufficiale di “microplastiche”, vale a dire le particelle di dimensioni comprese tra 0,1 e 5000 micrometri (µm), mentre “nanoplastiche” sono quelle ancora più piccole che misurano da 0,001 a 0,1 µm (ossia da 1 a 100 nanometri).

Una presenza globale, sulla quale il mondo scientifico internazionale si sta interrogando: “Amplificare il problema con annunci allarmistici sarebbe sbagliato. Il problema delle microplastiche presenti nella catena alimentare veicolate dall’acqua esiste e non va sottovalutato, ma allo stato non è possibile stabilire il danno che possono causare agli esseri viventi”.

Lo afferma Valter Castelvetro, professore di Chimica industriale all’Università di Pisa e coordinatore di uno studio pubblicato recentemente su Environmental Science and Technology finalizzato a individuare un modello analitico legato alla distribuzione delle varie tipologie di microplastiche sulle spiagge italiane.

Una questione che va affrontata sia sul piano dell’educazione ambientale che sotto il profilo tecnico, per trovare le modalità più efficienti e sostenibili per l’eventuale trattamento delle acque. Ma prima occorrerà approfondire ulteriormente il loro ruolo a livello biologico all’interno della catena alimentare, primariamente di pesci e molluschi, prima di comprendere i possibili effetti sull’uomo.

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